La stanza cinese

stanza cinese

Esperimenti mentali

Dove non arriva l’osservazione strumentale, può arrivare la mente. In fisica sono numerosi gli esempi di scoperte alle quali gli scienziati sono pervenuti senza fare alcuna osservazione – che semmai è arrivata dopo, come conferma delle ipotesi teoriche che ne sono a presupposto.

Basta fare un esempio su tutti: la teoria della relatività. Einstein arrivò alle sue stupefacenti conclusioni – che ancora oggi, seppure verificate a più riprese, sconvolgono il nostro senso comune – esclusivamente aguzzando il suo ingegno e aiutandosi con i cosiddetti esperimenti mentali (in tedesco, Gedanken­experiment). Einstein stesso dichiarò la loro importanza nel 1922.

Il punto di svolta mi si presentò improvvisamente un giorno. Ero seduto su una sedia del mio ufficio brevetti a Berna. Di colpo fui attraversato da un pensiero: se un uomo cade liberamente, egli non sente il suo peso. Ne rimasi sorpreso. Questo semplice esperimento mentale mi lasciò una profonda impressione. Fu esso a condurmi alla teoria della gravità.

Conferenza tenuta da Einstein presso l’Università di Kyoto in Giappone nel dicembre 1922

E’ a partire dalla scienza moderna che questo strumento concettuale ha assunto un’enorme importanza. Galileo lo utilizzò in alcune cruciali argomentazioni, come quella in favore del principio di inerzia (immaginando il caso di un corpo che si muove su un piano orizzontale privo di attriti) e come quella diretta a dimostrare il principio della relatività classica (il famoso esperimento del «gran navilio» nel Dialogo sopra i due massimi sistemi).

Nelle sue Note autobiografiche, Einstein ci racconta come a 16 anni immaginava di cavalcare un raggio di luce. Se riuscivi a tenere il passo, la luce doveva apparire ferma, immaginò. I suoi campi elettrici e magnetici oscillanti sarebbero congelati. Ma sembra impossibile. Le equazioni sviluppate da James Clerk Maxwell che descrivono le oscillazioni dei campi elettromagnetici lo vietano, e certamente non abbiamo mai visto una cosa come la luce congelata.

“Si vede in questo paradosso che il germe della teoria della relatività speciale è già contenuto”, scrisse nel 1947. Come si rese conto Einstein, il movimento della luce è lo stesso indipendentemente dalla velocità con cui ti muovi. Anche se viaggiassi quasi alla velocità della luce, il raggio si allontanerebbe da te alla stessa velocità costante. Questa idea alla fine portò Einstein a un modo completamente nuovo di vedere l’universo attraverso le equazioni della relatività speciale, con le loro straordinarie previsioni che il tempo è elastico e che la materia inerte contiene enormi quantità di energia.

Anche Newton, nei Principia mathematica, si servì degli esperimenti mentali per mostrare che la legge di caduta dei corpi riesce a spiegare anche il moto dei pianeti attorno al Sole, immaginando un cannone che spara orizzontalmente proiettili dalla vetta di un montagna sopra l’atmosfera terreste: i proiettili sarebbero caduti sempre più lontano sulla Terra, in proporzione all’aumento della velocità con cui sono sparati, finché un proiettile sarebbe riuscito a non cadere sulla Terra compiendo un giro completo intorno a essa.

Un computer può essere cosciente?

Nel tentativo di smentire questa idea di ‘forte intelligenza artificiale’, John Searle, un filosofo dell’Università della California, Berkeley, si è immaginato all’interno di una stanza di dizionari e libri di regole che contengono istruzioni per la traduzione dal cinese all’inglese e viceversa. Qualcuno posta attraverso la porta una domanda scritta in cinese, e usando i suoi libri di regole Searle trova una risposta appropriata.

All’interrogante sembrerebbe che ci sia una mente nella stanza che capisce il cinese, anche se non c’è. Searle afferma che un ipotetico computer vincolato a regole precise per parlare cinese farebbe la stessa cosa: sarebbe una semplice macchina senza coscienza.

Searle propose per la prima volta l’esperimento della stanza cinese nel 1980. All’epoca, alcuni ricercatori di intelligenza artificiale pensavano addirittura che le macchine avrebbero presto superato il test di Turing, un modo per determinare se una macchina ‘pensa’. 

Il pioniere del computer Alan Turing propose nel 1950 che venissero poste delle domande a una macchina e a un essere umano. Se non possiamo distinguere le risposte della macchina da quelle umane, allora dobbiamo ammettere che la macchina pensa davvero. Il pensiero, dopotutto, è solo la manipolazione di simboli, come numeri o parole, verso un certo fine.  

I limiti della conoscenza

Searle ha ideato l’esperimento per arrivare alla conclusione che i computer non ‘pensano’ davvero come gli esseri umani; manipolano i simboli senza pensare, senza capire cosa stanno facendo. Searle intendeva sottolineare i limiti della cognizione della macchina.

Di recente, tuttavia, l’esperimento della stanza cinese ha spinto a soffermarsi anche sui limiti della cognizione umana. Alcuni esperti di intelligenza artificiale hanno insistito sul fatto che il ‘pensiero’, sia esso svolto da neuroni o transistor, implica una comprensione cosciente (intelligenza artificiale forte). 

Da parte sua, Searle afferma che “i nostri fantastici successi in informatica hanno portato a errori filosofici”. “L’errore peggiore – prosegue – è supporre che progettando programmi per computer che simulino l’intelligenza umana, in realtà abbiamo creato artificialmente l’intelligenza umana. Questo errore viene confutato mostrando che il computer è una macchina puramente sintattica: funziona mediante la manipolazione di simboli. Ma la mente umana ha più dei simboli: attribuisce un significato ai simboli. La sintassi del programma non è sufficiente per la semantica della cognizione reale”.

La stanza cinese ha scatenato una quantità incredibile di commenti e di articoli, e ancora adesso è un argomento molto dibattuto in Internet. Una delle principali osservazioni considera il sistema composto dalla persona nella stanza e dalle istruzioni. Si obietta che a conoscere il cinese non è la persona da sola, ma il sistema composto dalla persona e dalle istruzioni. Searle ribatte che, se ciò che è dentro la stanza non ha ‘contenuto mentale, che non può esserci nemmeno nell’elenco delle istruzioni.

L’esperimento della stanza cinese funge da metafora per la condizione umana. Ognuno di noi risiede all’interno della propria consapevolezza soggettiva. Ogni tanto riceviamo messaggi criptici dal mondo esterno. Comprendendo solo vagamente quello che stiamo facendo, componiamo le risposte, che facciamo scivolare sotto la porta. In questo modo riusciamo a sopravvivere, anche se non sappiamo mai veramente cosa stia succedendo. 

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