Incontro con tecnologie aliene

La possibilità di una vita aliena affascina l’immaginazione umana ed è al centro delle storie di fantasia più popolari. Ma non ci si aspetta che sia uno scienziato ad alimentarle.

Il fisico teorico Avi Loeb si è imposto all’attenzione affermando che gli alieni non sono una finzione ma una realtà. Egli, infatti, sostiene la possibilità che l’asteroide interstellare ‘Oumuamua sia in realtà tecnologia aliena. Questa presa di posizione ha alimentato diverse controversie con i suoi colleghi.

Avi Loeb è un fisico teorico ed ex presidente del dipartimento di astronomia dell’Università di Harvard. Come si può immaginare, un professore di Harvard che avvalora l’esistenza degli alieni ha suscitato molto scalpore nella comunità scientifica.

Nel seguito si riportano alcuni stralci di un intervista che Avi Loeb ha rilasciato a Paul Rand, vicepresidente per le comunicazioni dell’Università di Chicago. Loeb è convinto che bisogna investire di più nella ricerca di vita aliena, sviluppando il campo dell’archeologia spaziale. Ecco le parole di Loeb.

Un corpo davvero interstellare

Nell’ottobre del 2017 è stato scoperto il primo oggetto proveniente dall’esterno del Sistema solare, appunto interstellare, nel senso che proviene dallo spazio tra le stelle: è stato scoperto dal telescopio Pan-STARRS a Maui, nelle Hawaii. Gli è stato dato il nome, ‘Oumuamua, che significa scout in lingua hawaiana.

Una delle prime cose che gli scienziati hanno notato è stata che ‘Oumuamua sembra essere spinto da una forza non gravitazionale. All’inizio gli astronomi hanno pensato: “Oh, probabilmente è una cometa, sì, o un asteroide dei tipi che abbiamo già visto dal Sistema solare”. L’unico problema è che non ha una coda cometaria . Non ci sono gas o polvere che lo circondano.

Ma poi lo Spitzer Space Telescope lo ha osservato molto in profondità e non è riuscito a rilevare nessuna molecola a base di carbonio, anche a un livello molto profondo: quindi ‘Oumuamua non è sicuramente una cometa. Inoltre mostra qualità che lo rendono molto diverso da un asteroide.

Prima di tutto, riflettendo la luce del Sole la sua luminosità cambia di un fattore 10, il che significa che, proiettata sul cielo, ‘Oumuamua è almeno 10 volte più lungo di quanto è largo. Poi mostra anche un’eccessiva spinta lontano dal Sole.

L’unico modo in cui posso spiegare questa spinta è che provenga dal riflesso della luce solare, perché varia in modo uniforme inversamente al quadrato della distanza. Perché questa idea sia efficace, ho bisogno che l’oggetto sia molto sottile, un po’ come una vela. Ma la natura non fa le vele, ed è questo che mi ha portato a suggerire che forse ‘Oumuamua è un prodotto artificiale: una vela leggera che è spinta dalla luce.

Uno strano oggetto… terrestre

Nel settembre del 2020, c’è stato un altro oggetto scoperto dallo stesso telescopio, a cui è stato dato il nome astronomico 2020 SO. Le osservazioni hanno mostrato anche per esso una spinta da riflessione di luce solare e nessuna coda cometaria attorno. Si è scoperto che questo oggetto proviene dalla Terra: era un razzo lanciatore che fu espulso nello spazio nel 1966, come parte della missione Lunar Lander Surveyor 2, e aveva pareti molto sottili.

Quindi sappiamo che produciamo noi stessi oggetti di questo tipo, semplicemente non sappiamo chi ha prodotto ‘Oumuamua.

Tre ipotesi per ‘Oumuamua

Quello di cui sono sicuro è che ‘Oumuamua è un oggetto di una natura che non abbiamo mai visto prima; questa mia convinzione deriva dalle interpretazioni che sono state fatte su di esso. A parte la mia convinzione, secondo cui potrebbe essere un oggetto artificiale, ce ne sono altre tre che lo considerano di origine naturale, ma tutte e tre discutono di un oggetto che non abbiamo mai visto prima.

Per la prima è un iceberg di idrogeno, un pezzo di idrogeno congelato che si comporta come una cometa, ma della quale non possiamo vedere la coda perché l’idrogeno è trasparente. Il problema è che un pezzo di idrogeno congelato evapora molto rapidamente durante il percorso e non sopravvive quindi al viaggio. Lo abbiamo dimostrato in un articolo scientifico.

Poi c’è stata un altra idea: forse ‘Oumuamua è un insieme di particelle di polvere legate insieme. E deve essere circa cento volte meno denso dell’aria, affinché il riflesso della luce solare lo spinga nel modo in cui abbiamo visto. Ma il problema è che quando si avvicina abbastanza al Sole, come lo era ‘Oumuamua, si riscalda di centinaia di gradi e, semplicemente, non avrà la forza materiale per mantenere la sua integrità.

La terza ipotesi lo considera un frammento, una scheggia di un oggetto che è passato vicino a una stella. Il problema è che la forza di marea esercitata dalla superficie della stella avrebbe dovuto creare un oggetto allungato, e non a forma di pancake, un’altra possibile forma di ‘Oumuamua.

Quindi ognuna di queste tre possibilità che stiamo prendendo in considerazione soffre di alcuni grossi difetti.

“Una reliqua tecnologica”

Tutti concordano sul fatto che ‘Oumuamua è qualcosa che non abbiamo mai visto prima. Così, se raccogliamo più informazioni su esso, impareremo qualcosa di nuovo. Anche se si tratta di un oggetto prodotto dalla natura, non ne avremmo mai immaginato uno così prima.

Se ‘Oumuamua si considera una reliquia tecnologica, probabilmente ha miliardi di anni, perché la maggior parte delle stelle è nata miliardi di anni prima del Sole. Se deriva da una civiltà tecnologica come la nostra, questa avrebbe quindi già inviato le loro Voyager I e II, la New Horizon e altre sonde, ma un miliardo di anni dopo queste sonde non funzionano più. Quindi sono proprio come bottiglie di plastica su una spiaggia, che vengono forate, hanno subito danni. Non funzionano, ma sono là fuori e continuano ad accumularsi e possiamo conoscere altre civiltà facendo archeologia spaziale.

Si tratta di un approccio molto diverso rispetto alla ricerca di segnali radio, perché un segnale radio è come avere una conversazione al telefono e ha bisogno della controparte per continuare, ma non possiamo avere una conversazione telefonica con i Maya. La cultura Maya è ormai scomparsa. E il modo in cui possiamo scoprirlo è attraverso scavi archeologici, alla ricerca di reliquie.

E più o meno allo stesso modo in cui si fa archeologia sulla Terra, possiamo fare archeologia spaziale. Quindi la mia speranza è che tra decenni l’archeologia spaziale diventi una frontiera principale in cui ogni università avrà alcuni archeologi spaziali, oltre agli archeologi terrestri.

Penso che il campanello d’allarme sia arrivato da ‘Oumuamua. Sappiamo che la nostra tecnologia esiste ormai da circa un secolo e che stiamo sviluppando i mezzi per la nostra stessa distruzione. Basta vedere il cambiamento climatico e gli altri rischi che affrontiamo, e non è chiaro se sopravvivremo per molti secoli nel futuro.

Quindi uno dei motivi per cui non riceviamo molti segnali radio dal cielo potrebbe essere che le civiltà sono di breve durata. Quelli che sviluppano abilità tecnologiche non sopravvivono molto a lungo. Questo è ciò che è chiamato il Grande Filtro. Il Grande Filtro significa che le civiltà sono di breve durata, e quindi si hanno possibilità relativamente piccole di venire in contatto quando esistono.

Archeologia spaziale

Comunicare con loro potrebbe essere un evento improbabile, ma se si sta adottando l’approccio dell’archeologia spaziale, questo fatto incide poco, perché in realtà quello che si sta facendo è cercare le reliquie che le civilità tecnologiche aliene hanno lasciato.

Le reliquie indicherebbero l’esistenza di quelle civiltà, e si potrebbe provare a capire perché sono morte e forse evitare un destino simile per noi stessi. Potrebbe essere per noi una lezione di storia, che ci manterrebbe modesti e meglio attrezzati per il futuro.

L’altra cosa che potrebbe accadere è che se si trovassero tecnologie molto più avanzate delle nostre, potremmo importarle sulla Terra. Se osservassimo un oggetto insolito, in linea di principio potremmo atterrarci sopra, capire la sua origine e forse anche copiare quella tecnologia, per portarla sulla Terra.

Potrebbe quindi essere un modo per accorciare i tempi, perché per noi ci sarebbero voluti molti anni per sviluppare la stessa tecnologia. Ecco perché dico che ci sarebbero molti benefici per l’umanità dal semplice trovare reliquie tecnologiche nello spazio.

Ma dobbiamo cercarle. Osservando il cielo solo per pochi anni abbiamo trovato ‘Oumuamua, ma dovrebbero essercene molti di più uguali. Quindi tra qualche anno ne troveremo di più. Bisognerebbe scattarefotografie di ogni oggetto interstellare che sembra strano come ‘Oumuamua. Spero davvero che l’archeologia spaziale diventi una frontiera importante.

Una vela che viaggia nel Cosmo

Loeb sta ottenendo investimenti è dalla Silicon Valley. Sembra che stia lavorando a un’iniziativa finanziata da privati ​​per sviluppare un tipo di oggetto esplorativo come “Oumuamua, ossia una vela leggera. L’iniziativa si chiama Breakthrough Starshot, un progetto di ricerca e sviluppo da cento milioni di dollari, finanziato dal miliardario russo israeliano Yuri Milner e approvato da Mark Zuckerberg di Facebook e anche da Stephen Hawking.

Nel maggio 2015 – dice Loeb – Yuri Milner è venuto nel mio ufficio, si è seduto sul divano di fronte a me e mi ha detto: “Saresti disposto a guidare un progetto il cui obiettivo è visitare la stella più vicina entro la mia vita?” Ciò significava che entro un paio di decenni bisogna raggiungere la stella più vicina, a circa quattro anni luce di distanza. Quindi per arrivarci in 20 anni serve un veicolo spaziale che si muova a circa un quinto della velocità della luce. Ho detto a Yuri: ”Devo pensarci, se esiste una tecnologia che lo permetta.”

Per sei mesi ne ho discusso con i miei studenti e dottorandi e siamo giunti alla conclusione che l’unica tecnologia che lo consente è l’approccio Light Sail, in cui si utilizza un raggio laser molto potente, da circa un centinaio di gigawatt, che illumina un una vela che pesa un grammo e ha più o meno le dimensioni di una persona: la spinge per alcuni minuti su una distanza cinque volte la distanza dalla luna, a un quinto della velocità della luce.

Ciò è fattibile, in linea di principio, con elementi della tecnologia che devono essere sviluppati. Così nell’aprile del 2016 Stephen Hawking è venuto per l’annuncio pubblico di questo progetto e stiamo attualmente cercando di sviluppare gli ingredienti tecnologici necessari per renderlo una realtà.

Come sarebbe una vita aliena?

Se dovessimo incontrare un essere vivente di un pianeta che non ha avuto alcun contatto con la Terra, penso che sarebbe molto probabilmente scioccante per noi, perché quando apro i libri di ricette per i dolci, quello che vedo spesso è che puoi iniziare dagli stessi ingredienti, ma ottenere torte molto diverse, a seconda del modo in cui mescoli gli ingredienti e della quantità di calore che applichi.

Quinadi è molto probabile che altri pianeti abbiano avuto storie diverse nel mescolare la loro zuppa di sostanze chimiche e ricavarne la vita. Di conseguenza, pensò che un incontro con essi sarebbe scioccante.

Ma c’è nche un’altra ragione. La maggior parte delle stelle è diversa dal Sole. La maggior parte di esse sono più piccole, più fredde e più deboli – le stelle nane – ed emettono principalmente luce infrarossa. Quindi, se ci fossero creature vicino a loro, dovrebbero avere gli occhi a infrarossi.

Questo potrebbe spiegare perché ipotetiche agenzie turistiche interstellari non pubblicizzerebbero mai la Terra come una destinazione turistica desiderata, perché tutto ciò che possiamo offrire loro sono erba verde, luoghi di vacanza, ma illuminati dalla luce visibile. La nostra luce fa male ai loro occhi, che sono abituati all’erba rossa scura.

C’è poi la possibilità che la loro civiltà sia molto più avanzata di quella nostra, per cui non vogliono interagire con civiltà di livello inferiore, perché ciò degraderebbe la loro qualità di vita. Si potrebbe pensare che quindi non abbiamo modo di comunicare con loro, ma ciò non è vero, perché in base alla seconda legge della termodinamica, devono lasciare un po’ di spazzatura. E proprio come i giornalisti investigativi che rovistano nei bidoni della spazzatura delle celebrità di Hollywood per conoscere le loro vite private, possiamo cercare tra i rifiuti che gli alieni depositano nello spazio per conoscerli.

Conoscere il nostro ruolo nel Cosmo

Penso che se scopriamo che non siamo gli esseri più intelligenti del nostro spazio di Universo, questo ci insegnerà l’umiltà. La Terra è soltanto uno dei tantissimi pianeti presenti nell’universo. Come possiamo sentirci orgogliosi di fare qualcosa sulla Terra, dato la vastità del Cosmo?

Noi viviamo per così poco tempo. Nasciamo in questo mondo come attori su un palcoscenico senza avere un copione. Non sappiamo per cosa siamo qui. Il lavoro di uno scienziato è capire di cosa è fatto il palcoscenico e chi altro c’è sul palco, chi sono gli altri attori intorno. Sarebbe interessante saperlo, perché potrebbe dirci qualcosa sullo spettacolo che dovremmo recitare.

Potremmo chiedere agli alieni: “Avete qualche script trovato in giro? Sapete come è iniziato l’Universo? Cosa succederà nel futuro? Avete capito cos’è la materia oscura?” Possiamo porre loro molte domande. Certo, potrebbe sembrare come barare a un esame, guardando oltre la spalla di uno studente accanto per trovare le risposte, ma ne vale la pena.

Ma l’altra cosa è che, oltre alle questioni scientifiche, c’è la seguente profonda domanda: qual è il significato della vita? E questa è una cosa che possiamo chiedere loro. Non credo che avremo una buona risposta, ma per me l’aspetto più divertente dell’essere vivi è cercare di capire cosa sta succedendo su questo palco.

*Fonte: University of Chicago